A fronte del recente passaggio di proprietà del rifugio Tagliaferri dal Cai al Comune di Vilminore pubblichiamo l’intervento di Lucio Toninelli, del Gruppo di Minoranza «ViviAmo Vilminore di Scalve»
OGGI È IL 19 DI MAGGIO 2026 – FRA DUE GIORNI SARÀ IL 22 DI MAGGIO!
SCADE IL CONTRATTO, (FIRMATO IL 22/5 1996), RELATIVO ALLA CESSIONE D’USO GRATUITA DI UN TERRENO NEL COMUNE DI SCHILPARIO, PROPRIETÀ DI VILMINORE, al Venano. Non UN contratto QUALUNQUE: quello del rifugio Tagliaferri.
Fra meno di un mese dovrebbe partire la stagione di apertura estiva ’26. Quattro settimane…
Questa discussione, a due giorni dalla scadenza, è una presa in giro del Consiglio, non solo della minoranza e dei cittadini. Ci si chiede di dire di sì, senza alternative. Ma non diremo di si, ovviamente
Non serve ricordare su quale spinta emotiva sia stato deciso e costruito il rifugio esistente. Ma vale la pena di ricordare alcuni fatti…
Il rifugio non nasce da zero nel 1996. È preceduto da una serie di travagli, di lavori improvvisati, abusivi, provvisori… Anche di atti di grande generosità e solidarietà, naturalmente, soprattutto del mondo dell’alpinismo, del CAI, della popolazione scalvina.
Una prima struttura non autorizzata era già stata creata trasportando in luogo un container dismesso degli impianti sportivi di Vilminore. Fine anni ’70. Irregolare, abusiva, su territorio di Schilpario e proprietà di Vilmi. Rischi seri per tutti. E demolizione certa in vista.
Intanto, nel 1981 arriva l’evento che stabilisce il «prima» e il «dopo»: in luglio, la tragedia della spedizione scalvina sulle Ande: muoiono tre scalvini: Italo Maj, Livio Piantoni, Nani Tagliaferri. Fra i più forti scalatori della Valle, che rimangono seppelliti sotto una valanga di ghiaccio.
Proprio Nani era i Presidente del CAI, sottosez. VdS, il primo. Era un accanito sostenitore di un rifugio scalvino in quota.
Sulla spinta di questo dramma collettivo, riprende con decisione la volontà di realizzare il Rifugio, anche se si procede sempre un po’ alla garibaldina senza «sistemare le carte».
I travagli e le controversie non mancarono neanche durante la costruzione della struttura nuova, pagata in gran parte dal CAI, dai soci CAI, con manodopera volontaria locale. Nessun costo è gravato sul Comune.
Sulla via della tribulazione, – ricordiamolo, – anche un incendio che nell’85 ha distrutto quello che era appena stato fatto. Poi subito rifatto. Senza scordare la controversia di una dedica singola contestata, anziché collettiva…
Infine, fu il CAI di Bergamo, nel 95/96 a intervenire e sistemare il pasticcio creato dalla buona volontà non coordinata.
Al CAI fu concesso l’uso gratuito per 30 anni, del terreno. Cosa normale, lecita, opportuna. Non si sa perché…. furono 30 e non 99, come di solito si fa 99. Ma questo fu il compromesso raggiunto fra due sindaci e il CAI di allora.
Così dal 22 maggio 1996 Il CAI di Bergamo se ne accollò la «proprietà» e gli oneri. Sapendo che sarebbe stata una proprietà a termine, ovvio. Sperando, forse…
In questi 30 anni il CAI si è speso e ci ha speso centinaia di migliaia di euro – Circa 300.
In questi 30 anni, il CAI ci ha messo il suo nome, la sua credibilità. Un Rifugio CAI, non è un semplice rifugio. Per missione, per copertura finanziaria, per credibiità istituzionale, per continuità, per i network che va ben oltre una valle.
In questi 30 anni l’ospitalità è stata gestita dalla famiglia Tagliaferri, con efficienza ed efficacia, portandolo ad un apprezzamento, non dicoiamo universale, ma certamente diffuso nel mondo dell’alpinismo. Grazie certamente alla fiducia e al supporto del CAI, oltre che alle capacità proprie.
Perché tutta questa cronistoria?
Perché solo oggi – 19 maggio, lo ricordo, e mancano 2 giorni alla scadenza, e un mese alla riapertuta – siamo in consiglio comunale a discuterne, quando le azioni, o sono state prese…. o è tardi. Con buona pace anche del coinvolgimento del Consiglio e della popolazione, nella decisione.
DOBBIAMO PENSARE CHE FINO A UNA SETTIMANA FA NESSUNO SE NE RICORDASSE?
Ovviamente, no.
L’Amministrazione ne parlò con il CAI di Bergamo già a fine anno scorso, (per gli Auguri di Natale?).
il 4 maggio scorso arrivò alla Amministrazione di Vilminore, una lettera del CAI che sollecitava una soluzione positiva all’estensione… Una lettera circostanziata e ragionata, di 7 pagine!
– Fu seguita – il giorno dopo – da una risposta negativa e sbrigativa dell’Amministrazione, che escludeva, sulla base di ragioni giuridiche, la possibilità di estendere la concessione o di trovare altri accomodamenti nell’ambito della legge e di esempi utilizzati in altri casi.
Replica immediata del CAI che insiste e cita esempi, appunto, di estensioni… Niente da fare.
Il CAI di Bergamo, nel frattempo, aveva già chiesto e ottenuto l’approvazione di altri 107 mila euro di finanziamento regionale (forse 150) per altri lavori di manutenzione straordinaria, non ancora erogati, ma messi a bilancio, che si apprestava a realizzare… Che fine faranno?
L’Amministrazione, che sapeva ovviamente, ha fatto qualcosa nel frattempo prima di arrivare alla data odierna? Lo scopriamo oggi, cosa ha fatto: nulla se non intenzioni e la decisione di lasciar scadere il contratto. («Una presa d’atto».
Dubito che i cittadini di Vilminore sapessero. Potrei chiedere qui. E neanche la minoranza poteva saperlo.
Ora, pare che non ci siano alternative se non nuovi bandi e ripartenza da zero. Così ce la raccontano. Ma questa è una favola a cui non crede nessuno. È quanto meno, sospetta.
Ora i rischi sono:
Perdere la sponda del CAI, indispensabile da ogni punto di vista: istituzionale, di prestigio, di network, culturale e… finanziario.
E il Comune cosa quadagnerebbe? Che garanzie offre al futuro del rifugio? Con 3000/5000 euro anno, anche 10000 all’anno, non va da nessuna parte.
Il nostro voto è fortemente negativo: la vostra è una decisione scandalosa, che va a discapito del Rifugio, della Valle, dei Cittadini, e del Comune che non avrà le capacità di gestirlo, come sta dimostrando finora, al Gleno.