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Siamo stufi che, in nome dell’energia pulita, si continui a sovrasfruttare beni collettivi come fiumi e torrenti, lasciando ai privati i profitti e alla comunità i danni ambientali, paesaggistici ed economici. È quanto rischia di accadere a Schilpario, in Val di Scalve, con il progetto di intubazione del torrente Dezzo per una nuova centralina idroelettrica.

Il Dezzo è un corso d’acqua antico e fragile, già pesantemente compromesso: lungo il suo tracciato sono attivi numerosi impianti idroelettrici e altri sono in valutazione. La Val di Scalve è una delle aree con la più alta densità di derivazioni idroelettriche in Lombardia, al limite delle direttive europee sulla tutela dei corsi d’acqua. Aggiungere un nuovo impianto nel tratto urbano significherebbe dare il colpo di grazia a un fiume già “malato”.

Dietro la retorica della sostenibilità si nasconde la realtà: scavi nell’alveo, condotte intubate per quasi un chilometro, cantieri, cemento e una drastica riduzione della portata del fiume. Il rilascio previsto trasformerebbe il Dezzo in un rigagnolo, compromettendo ecosistemi, paesaggio e un’area dove da anni si investe nel ripopolamento ittico.

I presunti benefici economici per Schilpario sono minimi: qualche migliaio di euro all’anno, a fronte di danni irreversibili e di un impianto che, tra qualche decennio, rischia di diventare un relitto da gestire a spese pubbliche. Il tutto in un’area classificata a rischio idrogeologico, dove la memoria del disastro del Gleno dovrebbe imporre massima prudenza.

Non è questa la transizione ecologica che vogliamo. Difendere il torrente Dezzo significa difendere una risorsa collettiva, il paesaggio, il turismo e il futuro della Val di Scalve. L’energia davvero pulita non distrugge i territori e non privatizza ciò che appartiene a tutti.

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