Genocidio e pandemia

I popoli indigeni dell’Amazzonia sono alle prese con uno dei momenti più delicati della loro esistenza. L’avvento del governo Bolsonaro ha aumentato enormemente le già grandi difficoltà della loro esistenza. L’Amazzonia, infatti, è al centro di mega interessi economici per le sue risorse naturali a partire dal legno dei suoi maestosi alberi secolari che attira taglialegna abusivi che aprono la strada alle attività anch’esse illegali di minatori e latifondisti che, interessati a creare nuovi pascoli, finiscono col completare la catena del disboscamento con la ormai nota pratica degli incendi. Gli unici ostacoli su questa corsa all’oro verde sono i popoli indigeni che non vedono futuro senza la loro terra ancestrale (spesso derubata, altrettanto spesso aggredita prima che venga ufficialmente demarcata) e preferiscono subire le violenze spesso mortali degli invasori piuttosto che vedere la loro terra violentata ogni giorno.

Se, infatti, gli indigeni dal canto loro distruggono gli accampamenti illegali o danneggiano le attrezzature dei taglialegna abusivi, dall’altro subiscono la violenza delle armi da fuoco di cui il governo brasiliano ha facilitato la vendita. Da tempo infatti, oltre che continuare a metterci in guardia sul pericolo dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, hanno anche cominciato a chiedere di fermare il loro genocidio che si sta perpetrando nei loro confronti alimentato anche dal mercato economico europeo che acquista i preziosi frutti della deforestazione.

Come se questo scenario non fosse già abbastanza grave è arrivato anche il Covid-19! Il Brasile infatti è uno dei paesi più colpiti dal contagio e l’infiltrazione incontrollata dovuta alle attività illegali nei territori dell’Amazzonia ha favorito la diffusione del contagio anche nelle popolazioni indigene che non possono certo contare su un sistema sanitario a portata di mano e dove con la morte di un anziano si perde un patrimonio prezioso di conoscenze e tradizioni.

Le comunità indigine si sono quindi organizzate per chiedere di istituire misure adeguate di protezione contro il Covid visto che finora poco o nulla è stato fatto in questo senso; del resto perchè fermare qualcosa che sta eliminando gli ostacoli per appropriarsi dei beni dell’Amazzonia? Sta di fatto che visto che il governo non ha dimostrato alcuna intenzione di ascoltare  e ancor meno di aiutare le popolazioni indigene (vedi le dichiarazioni di Bolsonaro sui popoli Indigeni) essi si sono rivolti alla Corte Suprema Federale (STF) ha il 5 agosto ha stabilito, con voto unanime dei nove ministri, che il governo federale è obbligato ad adottare  misure per proteggere le popolazioni indigene dalla nuova pandemia di coronavirus.

Pur non prendendo decisioni in merito alla richiesta di far ritirare gli invasori dalla loro terre, la Corte Suprema Federale ha deciso che il governo è obbligato a:

 Istituzione di un gruppo di lavoro, con la partecipazione del governo e dei rappresentanti indigeni, per monitorare lo stato di avanzamento delle azioni generali per combattere la pandemia

– Installazione di una sala situazione per la gestione delle azioni per le popolazioni indigene in isolamento e di recente contatto

– Creazione di barriere sanitarie nelle terre dei popoli isolati
Entro 30 giorni dalla notifica della decisione, il governo deve preparare un Piano Coping Covid-19

– Garantire che le popolazioni indigene nei villaggi abbiano accesso al sottosistema sanitario indigeno, indipendentemente dalla fase di demarcazione IT

– Anche gli abitanti indigeni non dei villaggi (urbani) devono accedere al sottosistema Indigenous Health se non ci sono offerte in SUS

Guarda per intero la difesa fatta dall’avvocato dell’APIB Luiz Eloy Terena durante la prima fase del processo, giorno (3).

 

 

 

 

 

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