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COP21: la febbre del pianeta

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In attesa di scoprire se gli accordi, definiti storici, usciti dopo 12 giorni di febbrili negoziazioni dalla COP21 verranno effettivamente rispettati e di verificare se il taglio giuridicamente vincolante che questo accordo contiene funzionerà veramente come garanzia per raggiungere gli obiettivi dichiarati, ho dedicato un po’ di tempo ad approfondire gli scenari che un eventuale fallimento delle politiche di contenimento del surriscaldamento globale potrebbe metterci davanti partendo dalla situazione attuale.

Innanzitutto quello che mi ha colpito è che il surriscaldamento non è uniforme. Mentre nella fascia che va dall’Antartide al Tropico del Cancro sono stati registrati dal 1960 aumenti di temperatura di 3-4 gradi; è nella fascia artica che si sono verificati gli aumenti maggiori (in media 6° con picchi da 9° in alcuni punti a nord della Scandinavia): la calotta artica che si è formata in 150.000 anni si sta sciogliendo a una velocità ( 40m/giorno circa 15 km/anno) che è raddoppiata negli ultimi 10 anni e libera ogni due giorni una quantità di acqua pari al fabbisogno giornaliero di New York.

Questa prospettiva ha indotto gran parte dell’informazione a focalizzarsi sulla minaccia dello scioglimento completo dei ghiacci che comporterebbe un innalzamento di circa 7 metri del livello degli oceani. Certo questo fenomeno sarebbe catastrofico e molti paesi costieri, tra i quali i più ricchi al mondo sarebbero colpiti: città come Los Angeles, New York, Londra e Venezia non esisterebbero più. Ma non si è sottolineato abbastanza che uno scenario anche meno grave avrebbe comunque gravissime ripercussioni anche sui paesi meno ricchi. Infatti è stato calcolato che l’attuale tasso di surriscaldamento ridurrebbe più del 5% la capacità dell’Africa Equatoriale, Sud America, India, Cina e USA di produrre alimenti come patate, riso, frumento e mais (per quest’ultimo si prevede un calo della produzione mondiale del 24% entro il 2050) arrivando per alcuni paesi come il Brasile a probabili picchi del -16%. Quello che non si ha il coraggio di sottolineare abbastanza è che questa crisi alimentare è già in atto e contribuisce al fenomeno delle migrazioni che sono già state definite bibliche prima ancora di un fortemente probabile peggioramento.

Ma torniamo all’obbiettivo dichiarato dai paesi aderenti allaCOP21, ovvero contenere il surriscaldamento entro 1,5 gradi (dopo che da fine ‘800 la temperatura si è già alzata in media di 0,85°) : mi sono domandato cosa comporta accettare questo compromesso e cosa rischiamo se le strategie che verranno messe in pratica non funzionassero.

Con un aumento di 2° il sud-ovest americano rischierebbe di perdere il sottile strato di terra che copre il sottostante deserto preesistente rendendo di fatto l’area incoltivabile; la Groenlandia potrebbe diventare verde (gli orsi polari sarebbero a fortissimo rischio estinzione per l’impossibilità di cacciare le foche) e sparirebbero i primi arcipelaghi; in Canada la tundra lascerebbe il posto alla foresta e l’esistenza delle barriere coralline sarebbe messa in serio pericolo vista la scarsa propensione dei coralli a sopravvivere in acque calde.

Con un aumento di 3 gradi potrebbe essere impossibile vedere del ghiaccio ai poli nel periodo estivo, L’estate, che potrebbe portare in Europa temperature da Medio Oriente/Nord Africa, assomiglierà a quella caldissima del 2003 in cui ondate di calore causarono 30.000 morti in Europa, di cui la metà in Francia, di cui da 1500 a 3000 nella sola Parigi in una notte. Le Alpi potrebbero rimanere senza ghiaccio e la foresta pluviale amazzonica potrebbe diventare una savana; scenario che 2005 divenne clamorosamente attuale quando gli affluenti del Rio delle Amazzoni rimasero tutti in secca e l’esercito brasiliano fu costretto a utilizzare gli elicotteri per rifornire la popolazione di acqua.

Con un aumento di 4 gradi l’innalzamento degli oceani potrebbe essere tale da sommergere il Bangladesh e Venezia e parzialmente l’Egitto. Sparirebbero definitivamente i ghiacciai e la calotta artica e con loro gran parte delle risorse idriche. I grandi fiumi, il Gange per primo, potrebbero prosciugarsi. Una volta spariti i ghiacciai himalayani 1 miliardo di persone sarebbe senza acqua. Sarebbe sufficiente una tempesta di classe 2 o 3 (di potenza molto inferiore all’uragano Katrina che devastò New Orleans nel 2005 ) per allagare New York sommergendo alcuni quartieri anche per 8 m.

Un aumento di 5/6 gradi avrebbe conseguenze apocalittiche, già senza ghiacci il mondo vedrebbe sparire le zone temperate e sarebbe preda della desertificazione. Le acque risulterebbero troppo calde per la vita e anche in superficie le condizioni sarebbero molto avverse, basta pensare che 6 gradi fa si era in piena era glaciale e la Scozia era coperta da un ghiacciaio in alcuni punti spesso anche 2 km.

Sebbene parte della comunità scientifica ritenga che la responsabilità sia da attribuire ad un insolita attività solare, la maggioranza ritiene che il ruolo principale sia dei cosiddetti gas serra e in particolare l’anidride carbonica. La rilevazione ufficiale del 2008 ha stimato che il livello di CO2 nell’aria era di 383 ppm (parti per milione) mentre nel marzo 2014 i valori erano di circa 399 ppm a fronte di un livello critico di 450 ppm. Raggiungere il bilancio energetico (ovvero produrre gas serra in quantità non superiore alla quantità di gas che possono essere assorbiti naturalmente), considerata la diffusione capillare che i carburanti fossili hanno conquistato nell’era industriale, è la sfida forse più complicata che il genere umano si trova ad affrontare in quanto se ne conosce l’obiettivo finale ma, sinora, si ha percorso tutt’altra strada. Le svolte radicali, specialmente se fatte “al buio”, non sono mai semplici o indolori, ma non abbiamo alternativa se vogliamo mantenere le condizioni di vita del pianeta ad un livello accettabile e le principali cause su cui intervenire saranno i consumi energetici domestici e le emissioni delle automobili..

Una nazione che ha deciso di non aspettare successi o insuccessi altrui ma di buttarsi nella sperimentazione per raggiungere questo risultato è la Germania. Dopo la sfida della ricostruzione del dopoguerra negli anni ‘50, dopo la sfida di integrare la Germania Orientale negli anni ’90, è da qualche anno che questa nazione ha intrapreso un audace cammino sulla strada che conduce al bilancio energetico: dopo Fukushima ha deciso di chiudere definitivamente con il nucleare e puntare sullo sviluppo delle energie rinnovabili e sostenibili (solare ed eolico coprono il 27% del fabbisogno nazionale con l’obiettivo di raggiungere l’80% entro il 2050) che negli ultimi anni ha rappresentato anche una buona possibilità di business. La produzione di macchine elettriche è aumentata fino a 40 mila esemplari in circolazione e si punta ad arrivare ad un milione di auto per il 2020. Certo, le automobili come l’energia costano di più, eppure il 90% dei tedeschi è favorevole. Questo è il punto: siamo disposti a mettere mano al portafoglio per pagare il prezzo di anni di politiche sbagliate e fronteggiare il cambiamento che non può più attendere?

 

Christian Facchetti

Presidente G.I.A.N.

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